Piero Paladini Art & Design

Giangiacomo Acaya

Accadono, talvolta, cose inusitate ed imprevedibili,  come l”attrazione” che mi prese quando, leggendo l’avventurosa vita  di  Giovan Giacomo  dell’Acaya,  finii con l’innamorarmene a  500 anni di distanza, talmente forte fu in me il desiderio di conoscere e sapere di lui gli affetti, le opere, i viaggi, gli incontri, gli incarichi, le amicizie che, ahimè, almeno in un caso gli procurarono l’infelicità e la morte.
Dopo cinque secoli anche l’artista Piero Paladini, riflettendo sul’operato del geniale architetto, viene colto da forte emozione tanto da volerne  rivisitare la vita, le opere, le gesta. Nascono, così, i suoi dipinti che narrano poeticamente di  questo  straordinario personaggio del Rinascimento Salentino.
Non è certo semplice delineare in poche righe il profilo del famoso  barone Giovan Giacomo  dell’Acaya illustre gentiluomo, celebre architetto militare, uomo nobile e colto, padre, marito, amante, onorato e stimato sia dal Viceré di Napoli Don Pedro de Toledo che dall’Imperatore Carlo V, sia dai suoi vassalli che dai più miseri sudditi in Segine;  uomo dunque poliedrico che si aprì magistralmente alla nuova era rinascimentale lasciandosi alle spalle l’oscurantismo medioevale. Godè fama e ricchezza ma, ingiustamente accusato, finì dispregiato ed umiliato ed infine, inesorabilmente condannato. Tale fu il tributo che dové pagare per un amico fiorentino, esattore di dazi doganali di Puglia e Basilicata e di imposte sugli oli e saponi pugliesi,  per il quale, insieme ad altri aristocratici, aveva prestato fidejussione.  
A dicembre del 1570 a Lecce, nelle segrete del castello di Carlo V (Op.n°14)che egli stesso aveva fatto costruire, si spense la fulgida fiamma del Rinascimento Salentino. In tal modo ci giunge,  attraverso “L’età dei sogni” di Piero Paladini(Op.n°1),l’eco della memoria dell’illustre barone di Segine, imprigionandoci l’anima e trasportandoci in un dolcissimo viaggio nelle  trascorse e quasi perdute reminiscenze.
Il primogenito di Alfonso e Maria Francone venne alla luce a Napoli intorno al 1500. Il padre gli aveva imposto il nome del nonno Giovanni e dello zio Jacopo a cui era molto legato. La casa natale era una bella villa nobiliare ai piedi del colle S. Martino, fu lì che la famiglia dei dell’Acaya dimorava e fu lì che Giovan Giacomo, ancora giovinetto, iniziò gli studi di matematica e successivamente di architettura  verso i quali si dimostrò più incline facendo tesoro degli insegnamenti di docenti tra i più dotti del tempo quali Matteo d’Afflitto, professore presso l’università partenopea, ed altri eminenti architetti: Filarete, Sangallo e Francesco di Giorgio Martini.
Bene ha rappresentato (Op. 9 e 10) il pittore Piero Paladini il fervore culturale, gli agoni letterari, le dolcissime melodie  che aleggiavano nei salotti napoletani ove Giovan Giacomo poté frequentare menti colte ed erudite facendo  mostra del suo talento geniale, delle sue doti creative e del suo gusto raffinato.
Per arricchire le fortune del suo casato e dare al contempo continuità di eredi, il rampollo dei Dell’Acaya sposò  Margaritella Montefuscolo  che gli dette  quattro figli: Gervasio, Giovannello che prese i voti nell’ordine dei Minori Osservanti con il nome di Francesco, Giulia e Adriana  che, dopo un breve periodo di monacato, abiurò i voti  andando sposa al barone di Noha.      Dopo la morte di Margaritella, Giovan Giacomo strinse una relazione con Rebecca De Mitri dalla quale ebbe  Manilio e Cassandra.   Manilio sarà per sempre il suo figliuolo prediletto al quale, negli ultimi anni, confiderà le sue pene ed i suoi affanni cercando  conforto e consolazione.   Tra il 1545 e il 1550 egli sposò, in seconde nozze, la giovanissima Marfisa Paladini.   Nacquero: Anton Francesco, Francesco Maria, Isabella che vestì l’abito monastico, e Giovannella.         
Questo, tuttavia,  può apparire l’aspetto più superficiale  di un uomo del suo tempo. Molto più interessante ed avvincente è analizzare l’eroico cavaliere devoto al suo imperatore(Op.n°6), il valente architetto militare ed urbanista  che meritò l’alta onorificenza di “Ingegnere Generale del Regno”, il cristiano devoto che ebbe come suo vero e profondo Dio la bellezza di una natura limpida ed inviolata ma profondamente misteriosa ed affascinante.
Per acquisire  meriti, risultò molto significativa l’ amicizia che  legò Giovan Giacomo e suo padre Alfonso al  conte Ferdinando de Alarçon Mendoza grande conoscitore di tattica militare ed esperto in fortificazioni bastionate. L’interesse che condivisero per la progettazione e la realizzazione di strutture fortificate urbanistico-militari,  rese il loro legame sempre più stretto.  Ciò consentì  al  giovane architetto di farsi apprezzare nelle tecniche matematiche non meno che nelle intuizioni di problemi balistici che lo portarono, grazie all’impiego di nuove  strategie difensive, a contrapporsi ai progressi dell’artiglieria pesante  ormai di uso comune dopo l’invenzione della polvere da sparo (Op.n°5).
Nel 1528 Giovan Giacomo sotto la minacciosa avanzata dell’esercito francese giunto ormai alle porte di Lecce, raccolse un nutrito drappello di mercenari albanesi che, sotto la guida di Giorgio Castriota, ne contrastò l’avanzata respingendolo. Fu, quest’evento, una chiara prova di lealtà verso l’imperatore Carlo V che non rimase insensibile dinanzi a tale dimostrazione di fedeltà e valentia (op:n°3). Questa strepitosa vittoria rafforzò il giudizio lusinghiero che il Vicerè di Napoli, Don Pedro de Toledo(Op.n°4), nutriva verso il giovane architetto del quale, da tempo, aveva apprezzato le tante opere ingegneristico-militari, prima fra tutte quella che stava realizzando nel  feudo di Segine. Il momento era  assai favorevole al barone salentino. Il regno di Napoli, infatti, si trovava in una situazione molto critica. I presidi difensivi su tutto il territorio del regno, erano inadeguati a sostenere gli attacchi nemici e richiedevano urgenti ed immediati  interventi strutturali.  All’intrepido Giovan Giacomo venne dato incarico di ispezionare castelli e mura delle città del Regno(Op.n°7) al fine di renderle inespugnabili. In questa ciclopica opera gli furono affiancati altri insigni architetti: il duca di Urbino Francesco Maria della Rovere(Op.n°13) ed il Capitano generale del regno il Marchese de Alarçon,
Giovan Giacomo divenne, così, grande esponente del suo tempo. Egli progettò e fece eseguire numerose opere architettoniche per la corona e la sua fama di esperto architetto militare dilagò raggiungendo i confini più estremi del regno.
Alla morte del padre (1521), si dedicò con entusiasmo e tenacia al piccolo borgo di Segine che, per la sua posizione geografica, rivestiva ruolo strategico di estrema importanza ed indispensabile baluardo di difesa dalle incursioni nemiche provenienti dal mare. Per questi motivi, grazie a strategici  ed organici  interventi  , Segine venne trasformata in una inespugnabile roccaforte cinta da mura e bastioni (Op.n°12), difesa da ampi e profondi fossati, completata da un castello inattaccabile ma allo stesso tempo sobrio ed accogliente.  Il borgo fu dotato di un sistema viario a maglia ortogonale con strade parallele e intersecantisi tra loro  e da tre piazze poste in diagonale secondo l’asse  Sud Ovest/ Nord Est. Era il tipico schema della “Città Rinascimentale“ che l’appassionato progettista realizzò per la prima volta  nel sud d’Italia. Terminati i lavori  nel  1535 sentì il luogo  come sua creatura,  la passione che  profuse  nella sua “Città Ideale” gli suggerì il nome, l’unico, il suo, non più la Segine  romana, quindi, nè la messapica Salapya, ma solo e per sempre  ACAYA(Op.n° 12).  
Ancora oggi ,passeggiando per l’antica cittadella fortificata,  si subisce  una magica suggestione che rende facile immaginare guerrieri e contadini, cortigiani e dame. L’imponente   castello ci stupisce e ci rimanda al suo ineguagliabile autore, si sente la sua presenza nella splendida sala ennagonale dove i volti dei genitori, Alfonso e Maria Francone, taciti vegliano sugli stupiti visitatori. Nell’insolito silenzio che regna nella cittadella è facile udire il nitrito dei cavalli e lo sferragliare dei guerrieri e tutta la vita che in quella terra c’era mentre  l’ombra del barone  domina su tutto calamitandoci, inevitabilmente, nel suo tempo.
Le opere di tipo militare da questo momento  non si contano: dai castelli di Lecce e Gallipoli  a quello di S. Elmo a Napoli  e poi ancora le mura di Crotone, Capua, Lecce,  Giovinazzo (Op.n°8), Cosenza e le torri costiere e le fortificazioni e tanto altro ancora in terra salentina e in tutto il Meridione d’Italia.
Non meno interessanti delle opere militari sono le strutture architettoniche di tipo urbanistico-civile nelle quali si cimenta il valente “Maestro”. Basterebbe passeggiare nel centro storico di Lecce per ammirarle:  l’Arco di Trionfo, l’Ospedale dello Spirito Santo (entrambi edificati nel 1548) e poi  gli splendidi  palazzi : Adorno, Guarini, Saraceno, De Seclì-Galante ed ancora le belle ville come quella di Giovan Camillo e Fulgenzio Della Monica;infine, mirabile  perché racchiude tutta la sua opera, è palazzo Foscarini in via Marco Basseo. Sul portale d’ingresso un possente bugnato stupisce il passante che varcata la soglia si trova in un grazioso atrio dove volte arcuate poggiano su capitelli arricchiti da leggeri motivi a foglie lacustri. Custode di tutto l’edificio, un inaspettato Cherubino  quale simbolo della Fede ma anche di energia della natura. L’angelo  sarà sempre una costante fissa delle opere del Dell’Acaya.  
L’aspetto meno conosciuto e più nobile di questa grande figura Rinascimentale è quello filosofico-religioso. Giovan Giacomo fu influenzato inizialmente dalle teorie dell’amico Telesio esponente del naturalismo italiano che considerava la natura come oggetto di studio e approfondimento da parte dell'uomo e della scienza. Una natura, non considerata più come terreno della manifestazione delle forze divine, quasi uno specchio pallido dell'immagine di Dio, da onorare e venerare; bensì vista come un mondo dotato di leggi proprie che l'uomo deve rispettare e conoscere per poter condurre a proprio servizio(Op.n°15). Da questa concezione Giovan Giacomo, si discosta, pur seguendo lo spirito laico del tempo, considerando Dio al centro della natura unico fattore di tutte le cose, Dio è nella natura?.  Profondo è in lui il  desiderio di celebrare  la potenza divina   anche attraverso le sue opere?, tanto ci è dato  vedere sul blocco lapideo inserito sulla torre sud-ovest del castello di Acaya o ancora nella sala ennagonale della torre di nord-est ove alcuni angioletti si contrappongono ad altri simboli  esaltanti la natura. Non si possono, quindi, sottacere le sue opere architettoniche di tipo religioso che in Acaya sono rappresentate dalla chiesa Matrice e dal Convento dedicato a S.Maria degli Angeli  , iniziato dal padre Alfonso, poi da lui completato e donato ai frati Minori Osservanti (oggi sono visibili scarsi reperti), mentre  la Chiesa del Rosario  per i Domenicani di S.Giovanni  d’Aymo, la Chiesa di S. Andrea attigua all’Ospedale dello Spirito Santo e  la facciata della Chiesa di S.Antonio di Padova  ora detta di S. Giuseppe testimoniano il suo impegno a  Lecce.
Tante le opere del poliedrico architetto più interessato al suo lavoro che non alla gestione del suo patrimonio al quale più volte attinse per completare  la sua città e altre opere  destinate ai più bisognosi, da tutto ciò ecco  trasparire un’indole mite, un idealista , un uomo forte e vicino alla fede e perciò distaccato dai beni terreni. Nel 1567 Giovan Giacomo  non esita  ad abbandonare lo sfarzo cui era avvezzo nella capitale per  ritirarsi nella sua amata  e silenziosa cittadella riverito dai suoi vassalli  e  felice di rievocare il passato tra parenti ed amici. E fu proprio un amico a trascinarlo, incolpevole, nell’infelice storia che lo vide prima umiliato,  arrestato e poi finito per sempre.  
Oggi l’artista Piero Paladini con i suoi splendidi dipinti ci racconta pittoricamente questo incredibile personaggio del Rinascimento Salentino  cosi che, finalmente, l’immagine di Giovan Giacomo Dell’Acaya ci appare familiare, la sua vita  e le sue gesta si appalesano e viepiù ci avvincono.    Per il geniale barone è giunto il momento del riscatto, dopo cinque secoli di storia  egli rivive esultante nelle splendide sale del suo castello.

Ornella Cucci

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1 L'età dei sogni Administrator 8491
2 Caccia alla volpe Administrator 6753
3 Battaglia ai Francesi Administrator 6262
4 Don Pedro de Toledo Administrator 6051
5 La bombarda Administrator 6485
6 Carlo V Administrator 6413
7 In viaggio per le vie del regno Administrator 6163
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9 Casa Colonna d'Avalos Administrator 6361
10 Il Matematico Niccolò Tartaglia Administrator 6185
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