Piero Paladini Art & Design

Mutamenti e metamorfosi

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Indice
Mutamenti e metamorfosi
Le Trasformazioni
Il diluvio
L’età dell’oro
L’età dell’argento
L'età del bronzo
Narciso
Dedalo e Icaro
Teseo
Apollo e Dafne
Giove, Io, Argo
Amore e Psiche
Tutte le pagine
Mutamenti e Metamorfosi

 

Le Metamorfosi secondo Piero Paladini

Lorenzo Madaro

Ancora una volta Piero Paladini si muove con stupore nei sentieri complessi del mito, con un fare solo apparentemente disinvolto, poiché ogni dipinto è frutto di un processo lento di meditazione iconografica e formale. Non a caso l’artista predilige agire contemporaneamente su più opere, in modo tale da digerire con estrema calma e dedizione ogni singolo aspetto di un tema e delle fasi di lavorazione delle sue tele dalla tramatura grezza.

Paladini torna ad Acaya – a pochi chilometri dal quell’incantevole castello che sembra emerso da uno dei suoi dipinti di paesaggio – con un nuovo ciclo di dipinti (dieci, per l’esattezza) ispirati alle Metamorfosi di Ovidio, accompagnato da un articolato contributo di Piero Grima, che più volte ha lavorato a quattro mani con l’artista, in un continuo rincorrersi di parole e segni, di concetti e immagini, di letture teoriche e interpretazioni iconografiche.

Nell’introdurre la sua personale esegesi di alcuni fondamentali soggetti che emergono da quel composito universo di Ovidio, Grima fa subito riferimento al fulcro di questo nuovo progetto, battezzato Mutamenti e metamorfosi, ovvero l’indagine verso le trasformazioni della nostra epoca, asserendo che tali “sconvolgimenti” colpiscono l’uomo soprattutto nella psiche.

A quell’interesse verso il “racconto”, inteso come descrizione approfondita – ma mai tediosa – di talune immagini estrapolate dalla letteratura, forse quella cavalleresca, approfondito da Paladini fino alcuni anni fa, i dipinti in mostra contrassegnano nuovi step, legati essenzialmente a una semplificazione dell’immagine e quindi a una sintesi formale che presagisce nuove ricerche figurative.

Così Apollo e Dafne si muovono con un passo irruento, ma assolutamente morbido, in una selva architettata con poche spirali da cui emergono fiori stilizzati e volatili forse estrapolati da un affresco della memoria o da una miniatura medievale vagheggiata in chissà quale dei suoi labirintici percorsi. Le cromìe sono quelle degli ocra, con un fondo monocromo che ribadisce quell’attenzione formale rigorosa che poi ha sempre distinto il suo operare nel mondo dell’arte. E, ancora una volta, le figure sono manichini, le teste sono maschere e i loro movimenti risultano intrisi di surrealtà.

Con Amore e Psiche la gestualità diventa un elemento essenziale di tutta la composizione. Si muovono con uno scatto energico, animando così il paesaggio impossibile tratteggiato con quei cinque tronchi che non sono altro che un espediente, quasi teatrale, per ambientare la scena e suggerire un senso di profondità. L’espressività, ancora una volta, è sondata attraverso il segno, mentre l’eterea inconsistenza del mito si risolve assemblando braccia e gambe a busti presi idealmente in prestito da qualche antiquario.

Dieci dipinti – tutti di grandi dimensioni – danno così vita a un nuovo universo contaminato, a un puzzle di immagini che, come ha asserito Grima, non sono altre che metafore degli umori e dei sintomi della vita contemporanea. E questa lettura è confermata dal labirintico paesaggio entro cui agisce Teseo, nelle visioni plurali suggerite in Narciso e Eco, Dedalo e Icaro, L’età del ferro, L’età dell’argento e Giove, Io, Argo, sempre coerente a quella pittura che l’ha spinto in un cammino solitario e solo apparentemente anacronistico. E in tal senso rimane valida l’analisi che Luciano Caramel ha sintetizzato con chiarezza a proposito di un ciclo di opere dedicate a Gian Giacomo dell’Acaya: «La reinvenzione [per Piero Paladini] riguarda quindi anche la resa pittorica, pur essa “contemporanea”, seppur con un’intenzionale patina di inattualità nutrita dal riemergere libero di echi figurali remoti, funzionali a creare un’atmosfera».


Le Trasformazioni

È mio proposito cantare il mutamento di corpi in altri nuovi: o dèi (ché siete voi gli autori di quei mutamenti) siate favorevoli alla mia impresa e accompagnate il mio poema universale dall'origine del mondo fino alla mia età.” (Ovidio)

Il nostro proposito è si quello di parlar di metamorfosi ma, piuttosto, per tentare di spiegare in qualche modo (ma non certo per giustificare) le trasformazioni (o forse i trasformismi) voluti o indotti, dell’uomo dei nostri tempi che, dimentico di determinanti valori spirituali, si lascia manipolare e, quindi, trasformare da eventi tutt’altro che spirituali. Non vi è dubbio che l’uomo subisca nel corso dei millenni, dei secoli, degli anni, insomma del divenire, trasformazioni spesso drammatiche ed inspiegabili ma sempre, in ogni occasione, tragicamente sofferte. Tali sconvolgimenti lo colpiscono nel corpo ma, soprattutto, nella psiche (o nell’anima, se volete). Mentre le trasformazioni somatiche sono generalmente provocate da eventi naturali (climatici, sismici, economici ecc.) le trasformazioni della psiche sono legate a turbamenti assai più pregnanti che sempre coinvolgono umori e sentimenti (gelosia, avidità, amore, morte, cultura ecc.). Partendo da questo concetto in parte filosofico che ha guidato un paio di millenni fa Ovidio nella scrittura delle sue “Metamorfosi”, condividendolo a pieno, si é cercato di riproporre alcuni episodi ovidiani (e non) per dimostrare, ancora una volta, come l’avidità, la disperazione, l’angoscia, l’amore appassionato, l’affermazione del proprio io ad ogni costo, abbiano determinato una metamorfosi lenta ma irrimediabilmente progressiva nell’uomo che a causa di fattori esterni, spesso nefasti, perde progressivamente alcune prerogative della propria psiche per acquistarne altre non sempre apprezzabili. Dunque accanto alle trasformazioni somatiche ecco che si realizzano metamorfosi nelle caratteristiche comportamentali, culturali, educazionali, sentimentali che si impongono con sempre maggiore forza annientando le deboli resistenze del vir.

opere : pittoriche Piero Paladini   -   testi : Piero Grima   -   progetto-condiviso


Il diluvio

Il diluvio

E venne il giorno in cui il cielo si oscurò e tutto, intorno al Dio, sembrò come disfarsi trascinato in un grande gorgo ed il mare si rigonfiò pure quello inscurito da tormentati marosi. Dietro ogni tronco nella grande foresta occhieggiava cupido il tradimento e, quando il vento iniziò a soffiare furioso, il corpo svuotato da ogni sentimento prese a volteggiare trascinato verso un misterioso lontano. Il Dio stupì davanti a tutta quella nefasta esistenza e lasciò che gli uomini feroci sparissero negli abissi tremendi della vendetta che loro stessi avevano, per lungo tempo, perseguito. Nel cielo roteavano nubi sempre più cupe e rigonfie di rancori sopiti. Solo un misero “vasello” ondeggiava tra i flutti in attesa del sorriso del Dio. Lì, sul misero battello, la dolce Pirra viveva con il suo sposo perché il Dio aveva salvato il loro bene di dentro e quando per sette volte la luna fu spinta nel loro cielo splendente, riapparve il sole e il mare s’era chetato e il vascello si arenò sulla spiaggia e tutto era deserto e solitario e non si vedeva alcun traditore e nemmeno il giaguaro in agguato né il tedoforo vendicatore. Tutto era silenzio e pace. Era il tempo giusto, voluto dal Dio, per sciogliere le pietre negli animi dei nascituri.


L'età dell'oro

L'età dell'oro

D opo il grande Caos, fu la prima a nascere: essa spontaneamente, senza giudici, senza leggi praticava la virtù e la giustizia. Il pensiero della punizione per aver commesso un’ingiusta azione era assente poiché ogni uomo viveva secondo una serena armonia interiore che si proiettava intorno. Assenti erano le leggi poiché nessun uomo in quel tempo viveva irriguardosamente verso i suoi simili o verso gli animali ed in tutto rispettava la natura. Tutti erano tranquilli mancando chi dovesse giudicare e punire. Gli uomini che così vivevano nella pace dell’anima e del corpo non sentivano alcuna necessità di varcare le soglie del loro orizzonte per conoscere altri paesi ed altre terre poiché il loro paese li accoglieva con la tranquilla serenità del buon vivere. Le città non mostravano mura inespugnabili né fossati invalicabili e sconosciuta era l’arte della guerra e nessuno tra quegli uomini aveva mai impugnato la spada né vestito la veste armata della guerra: senza bisogno di soldati le genti trascorrevano in tutta sicurezza ozi piacevoli. Da parte sua la terra libera e non contaminata dalla vanga e dall’aratro donava spontaneamente agli uomini i suoi frutti. Mai le intemperie agitavano quella terra felice e mai la pioggia battente né la burrasca né mai la grandine erano comparse a sconvolgere gli uomini felici. La primavera era eterna e i placidi Zefiri accarezzavano con il loro tiepido soffio i fiori nati senza essere stati seminati: inoltre la terra non arata produceva anche messi e il campo pur non rinnovato biondeggiava di turgide spighe: da un lato scorrevano fiumi di latte, dall'altro fiumi di nettare, e il biondo miele stillava dalla verde elce. Era quella, per tutti gli uomini che la abitavano, la terra felice dell’età dell’oro. A questa, però, fece seguito l’età dell’argento.


L'età dell'argento

L’età dell’argento

D opo che il mondo, una volta cacciato Saturno nel Tartaro tenebroso, fu sotto la potestà di Giove, subentrò l'età d'argento, meno prospera di quella dell'oro, di maggior valore rispetto a quella del fulgente bronzo. Giove abbreviò i tempi dell'antica primavera e circoscrisse l'anno nelle quattro stagioni, l'inverno del gelo, l'estate dell’afa insopportabile, l'autunno incostante e la primavera di breve durata. Allora per la prima volta l'aria infuocata dal caldo asciutto divenne incandescente, e nella stagione dell’inverno comparve il ghiaccio che mai s’era visto prima di quel tempo; allora, per la prima volta, gli uomini abitarono le case e si coprirono con le pelli degli animali che mai, prima d’allora, aveva pensato di uccidere. A far da casa furono le spelonche e le frasche ammassate e i rami tenuti insieme con la corteccia; allora per la prima volta la semenza di Cerere fu interrata nei lunghi solchi, e i giovenchi si lamentarono sotto la pressione del giogo. L’età dell’oro era soltanto un lontano ricordo e gli uomini di quel tempo impararono a subire le ire dei venti e ed ogni sorta di intemperie che la Natura mandava sui loro paesi. Nacque, così, la paura che si insinuò nell’animo degli uomini che impararono dapprima a tremare incapaci di reagire e soltanto dopo aver visto moltissime lune al tramonto, riuscirono a contenere. L’uomo non era più l’essere sereno e pacifico ma diventò guardingo e diffidente e pronto a difendere la sua esistenza, la sua donna, la sua famiglia. Fu così che la paura costrinse l’uomo di quei tempi a trasformare il proprio vivere.


L'età del bronzo

L’età del bronzo

L ’età che succedette a quella, fu l'età del bronzo, violenta ed aggressiva poiché dalla paura vennero generati l’odio, l’avidità, l’astuzia e l’uomo dovette ricorrere alle armi che gli erano strumenti necessari per affrontare ogni giorno l’ignoto del vivere. L’uomo di questa età aveva perduto ogni carattere posseduto dall’uomo dell’età dell’oro: erano scomparsi pudore, sincerità, lealtà, onestà ed ogni altra virtù. Al loro posto subentrarono le frodi, gli inganni, le insidie e la violenza e la scellerata cupidigia di ricchezze. Gli uomini di questa età erano infelici ed avidi e cercarono l’oro in altri paesi anche quelli più lontani. Così alzarono le vele ai venti, nonostante che ancora non li conoscesse bene, e quegli alberi che a lungo si erano innalzati sugli alti monti, furono assassinati con violenza e trasformati in carene che fecero sobbalzare sopra mari sconosciuti, e combatterono contro le genti lontane per appropriarsi dei loro averi e resero schiavi gli sconfitti ed agitarono i brandi insozzandoli del sangue. E non soltanto alla terra feconda si chiedevano le messi e gli alimenti necessari, ma l’uomo avido penetrò nelle viscere della terra, e riuscì a cavare fuori tutti i tesori che il dio aveva nascosto al sicuro e questi tesori furono stimoli per una mala condotta; e l'oro, dunque, divenne più malefico del ferro causando guerra e tradimento. E la vita divenne assai difficile: il forestiero non poté fidarsi dell'ospite, né il suocero del genero, anche l'affetto tra i fratelli divenne raro. Il marito agogna la morte della moglie, questa del marito; le spietate matrigne preparano livide pozioni velenose; il figlio indaga sugli anni del padre prima del tempo. Giace sconfitto ogni verso d’amore e di la benevolenza e la terra si tinge di sangue. E perché non fosse al sicuro nemmeno l'alto cielo, si narra che i Giganti aspirarono a impadronirsi del regno celeste e che ammucchiarono i monti innalzandoli fino alle stelle. Allora il padre onnipotente scagliando fulmini, scatenò sulla Terra tremende inondazioni affinché tutti gli uomini diventati crudeli ed avidi, perissero ingoiati da tremendi gorghi. E soltanto un uomo ed una donna giusti e col timore degli dei si salvarono e furono loro, Deucalione e Pirra, a generare da aridi sassi, i nuovi uomini che tutti seguirono la via da quelli segnata.


Narciso

Narciso

N arciso rifiuta l’altrui immagine, quasi la respinge, non gli interessa il confronto con gli altri tutto preso da sé. Per Narciso gli altri non esistono e, quindi, non possono criticarlo, poiché egli elimina il prossimo eliminando di conseguenza ogni giudizio. Questo ne fa un essere fragile, insicuro e timoroso del giudizio degli altri che, per puro spirito di sopravvivenza, ha eliminato focalizzando il suo interesse su se stesso. Gli altri potrebbero distogliere l’ interesse che Narciso ha per sé e, addirittura, negativizzare questo morboso interesse. Narciso non vuole “fallire” e, dunque, evita spiacevoli confronti per non correre rischi. Egli è l’espressione di un egoismo spinto allo stremo che, pur mettendo al riparo da scomodi confronti, provoca un fatale isolamento ed una intollerante ostilità verso altre “immagini” che non siano la sua. L’allontanamento degli altri per tutto quanto detto, può portare così al fallimento individuale, alla solitudine ed alla depressione. Naturalmente ciò si traduce nell’allontanare da sé l’amore vero, l’amore dell’uno verso l’altro il quale non ha alcuna possibilità di affacciarsi alla fonte per accomunare la sua immagine all’immagine dell’amato che, per paura, non permette intrusioni di altri e, quindi, confronti. E’ l’io che si difende contro l’intrusione dell’altro che non viene considerato innamorato e quindi tutt’uno simbiotico ma come potenziale elemento di confronto e di disturbo.Narciso non ammette confronto, nonostante la presenza della fonte che potrebbe proporre un possibile altro, perché Narciso rifiuta di tradirsi, e pavido e timoroso ma, soprattutto, incapace di voler amare per non esporsi a dolorosi confronti. Dunque si potrebbe anche allargare questo concetto e attribuire a Narciso una totale mancanza di fiducia primaria. La fiducia primaria ha un ruolo fondamentale nel rapporto interpersonale del singolo: se essa subisce un tradimento precoce, difficilmente riesce a risanare la ferita, che danneggia la possibilità di stabilire i confini dell’Io e di allacciare rapporti con un qualsiasi Tu. Il dramma di Narciso è il dramma dell’uomo del XXI secolo che non ha mai imparato ad amare perché troppo precocemente tradito e "costretto" a rafforzare il proprio guscio "narcisistico", per evitare ulteriori tradimenti e ulteriore dolore. Insomma un uomo costretto dalle circostanze ad arroccarsi in difesa per non soccombere. Il simbolo di una soggettività che non vuole relazionarsi per non cedere e non intaccare il suo equilibrio psichico. Pertanto Narciso come l’uomo di oggi, è costretto ad eliminare da sé l’amore in una perenne disillusione. Quindi l’immagine riflessa nella fonte, simboleggia il rapporto interpersonale al quale Narciso si sottrae nel momento in cui non riconosce l’altro, e quindi, poiché l’altro é la sua immagine riflessa, il rifiuto di Narciso diventa anche rifiuto di sé. Come se nel suo intimo Narciso, in qualche modo, tenda a rifiutare l’amore verso di sé. Narciso é incapace di tradire la propria immagine nella stessa misura in cui é incapace di separarsene: non sa sostenere l’esperienza della separazione. A distanza di duemila anni ritroviamo sempre più frequentemente l’uomo smarrito ed intontito dalle innumerevoli carenze che lo colpiscono ed ecco che si fa sempre più nitida la figura di un uomo senza amore, pavido ed intollerante verso gli altri che potrebbero svuotarlo di ogni significato. Ne deriva la drammatica realtà di un uomo che ha paura dell’amore e che attraverso la consapevolezza di questo dramma, tenta di risolvere le proprie angosce accostandosi al giovane Narciso ma consapevole dei propri limiti e dei propri tormenti così da accettare una improvvida nemesi. L’uomo del XXI secolo tenterà di salvarsi dal nichilimo pavido ripercorrendo il disperato viaggio del giovane figlio di Linope. Ma chi lo salverà??


Dedalo e Icaro

Dedalo e Icaro

Q uesta vicenda sulla quale si è tanto scritto e poco discusso, dimostra bene come, il ricorso sistematico alla tecnica non fa che generare problemi svuotando di umanità ogni vicenda provocando, spesso, un tragico esito finale. Il modo di procedere di Dedalo è freddo e circostanziale. È un ambizioso calcolatore anche opportunista che non si pone mai il problema del significato più profondo delle sue azioni, ma mira alla realizzazione dei suoi obiettivi. “Dedalo è uno scienziato senza scrupoli, ma dotato di intelligenza superiore capace di realizzare stupefacenti imprese: è lui che costruisce una giovenca di legno nella quale si nasconde la vezzosa moglie di Minosse per avere amplessi con il bellissimo toro offerto da Poseidone al marito, è Dedalo che costruisce un complicatissimo labirinto dal quale nessuno è in grado di uscire, ed è ancora Dedalo che suggerisce ad Arianna lo stratagemma del filo che consentirà a Teseo di venir fuori dall’intricato groviglio dopo aver ucciso il Minotauro. Dedalo, dunque é un uomo pericoloso potenzialmente disposto a tutto, è colui che uccide, che aiuta a uccidere o che fa uccidere, assassino geloso del proprio allievo e discepolo, omicida per imprudenza del proprio figlio Icaro, complice dell'uccisione compiuta da Teseo del Minotauro, istigatore dell'assassinio di Minosse suo sovrano". Dedalo incarna, mirabilmente, l’uomo che rinuncia a capire il senso più profondo delle proprie azioni e si affida completamente alla tecnica per risolvere i problemi che incombono sulla società del tempo, si stacca dalla propria anima e cade inconsapevolmente preda del “complesso di Dedalo” cioè dell’insana ambizione di colui che sa ma che non ha sentimenti. Questa dinamica inconscia è presente in molti settori della società moderna ed in particolare nella società del XXI secolo impregnata e condizionata dalla fredda tecnologia ed incurante di ogni manifestazioni dell’anima. Dedalo potrebbe paragonarsi ad un freddo tecnocrate che pur di raggiungere i suoi obiettivi non esita ad ignorare i risvolti umani delle sue azioni innescando nella società che gli è intorno un malessere ed un disagio che spesso si manifesta in un mal d’anima sempre più diffuso e, purtroppo assai refrattario alle cure tecniche e troppo parziali del moderno Dedalo.


Teseo

Teseo

S trettamente legato al mito del labirinto di Dedalo è quello di Teseo da tutti considerato una sorta di eroe impavido e giustizialista che non indugia a rischi grandissimi pur di mettere fine ai sacrifici umani richiesti dal Minotauro, belva mostruosa che si aggira, famelica, nel labirinto. A ben osservare e valutare ogni azione di Teseo, viene spontaneo considerare l’altro aspetto della medaglia: l’eroe Teseo in realtà è soltanto un ragazzotto alla ricerca del suo io confuso e caotico senza reali e concreti obiettivi che cerca di dipanare la sua intima matassa esistenziale dalla quale poter uscire rassicurato e consapevole. Ha bisogno di un qualche elemento che lo aiuti ad orientarsi a venir fuori dal caos che lo avvinghia (labirinto). Questo elemento gli viene dalla donna (Arianna) che, senza considerare la sua famiglia (il padre Minosse, il fratellastro Minotauro) si accosta a Teseo con il solo scopo di portarlo fuori da ogni sua confusione interiore per infondergli sicurezza e fiducia nel divenire. Questo rapporto di grande complicità esistenziale, al di là della semplice reciprocità erotica, dovrebbe essere alla base di ogni rapporto uomo-donna e favorire la “fuoriuscita dal labirinto” al fine di stabilizzare all’infinito l’io psico-emozionale. Questa intesa, tanto cercata e voluta da Arianna che, pure, doveva sfuggire alla potenza passionale del padre Minosse, viene completamente ignorata da Teseo che, appena messo alla prova, tradisce quella profonda intesa abbandonando la dolce Arianna per “sposare” una brutta ma ricchissima vedova che accetta di soddisfare sessualmente in cambio del trono e del potere. Nulla, dunque, è cambiato dai tempi di Teseo e oggi più che mai, la donna riveste un ruolo essenziale per aiutare l’uomo a venir fuori dal labirinto di incertezze e di emozioni che, difficilmente, riesce a comprendere ed a sentire. Spesso, troppo spesso, l’Arianna di oggi, come quella cretese, subisce la superficiale arrogante rozzezza dell’uomo che si dibatte ignaro, accecato dal potere e dall’avidità. In tutta questa storia, Teseo viene considerato da tutti l’eroe valoroso ed audace mentre Arianna è soltanto la sua donna per una notte.


Apollo e Dafne

Apollo e Dafne

I l mito di Apollo e Dafne sembra quanto mai attuale poiché sempre più di frequente si registrano ingiustificati ed inspiegabili atti di violenza sulle donne specialmente in ambito familiare e molto spesso a sfondo erotico-sessuale e questo mito così dolcemente descritto da Ovidio vuol essere una buona occasione per un invito a meditare e riflettere sulla relazione “uomo che agisce violenza-donna che subisce violenza”.

Il mito di Apollo e Dafne è la storia di un amore infelice, perché mai realizzato. Il mito ha come prologo l'uccisione, da parte del dio Apollo, del serpente Pitone. Fiero di sé il dio del Sole si vanta della sua impresa con il dio dell'Amore Cupido, schernendolo per il fatto che le sue armi, arco e frecce, non sembravano adatte a lui. Cupido, deciso a vendicarsi dell’offesa, colpisce il dio con una freccia d’oro in grado di far innamorare alla follia la prima persona su cui avesse posato gli occhi dopo il colpo e questa sorte capita a Dafne. La fanciulla, incurante dell’amore, preferisce aggirarsi per i boschi e dedicarsi alla caccia, essendo una sacerdotessa consacrata alla vergine Artemide, Apollo la scorge da lontano e inizia a correrle incontro. Qui nasce nel dio il desiderio del “possesso”. Dafne corre via impaurita, mentre Apollo continua a inseguirla accanitamente gridando il suo amore e avanzando proposte seducenti. Quando ormai sta per essere ghermita, Dafne, si trasforma in un albero di alloro. Apollo la raggiunge, ma è troppo tardi; riesce appena a rubarle un bacio, prima che anche la sua bocca sia ricoperta dalla corteccia. In Dafne troviamo una donna vittima del desiderio accanito e possessivo di Apollo, teso a soddisfare egoisticamente la sua volontà, senza tenere in considerazione la contrarietà e la sofferenza di lei, della quale non si cura pur di soddisfare la sua orgogliosa cupidigia che arriva al punto di rovinarle completamente e drasticamente la vita. Non si sceglie di amare e non sempre si sa come amare, non tutto è spiegabile razionalmente. Il sentimento sconvolge la ragione, ma, certamente quello di Apollo verso Dafne è un sentimento malato di feroce desiderio di prevalere e di possedere ad ogni costo come se si volesse dimostrare la propria onnipotenza. Non sempre si è in grado di accettare ed elaborare un rifiuto, e non potendo contenere la rabbia e la sofferenza si arriva all’incontenibile violenza. Tra odio e amore il confine è labile e sottile. Il mito di Apollo e Dafne, dunque, invita ad alcune considerazioni che ne sono seguite perchè indicative di alcune delle dinamiche e dei vissuti che possono facilmente trovare spazio in una relazione di coppia in cui l'uomo agisce un comportamento violento nei confronti della propria compagna mancandole di rispetto ed ignorandola come individualità con autonomo sentire.


Giove, Io, Argo

Giove, Io, Argo

M ito tra i più complessi e ricco di riferimenti storico-geografici. Si narra di una delle tante trasgressioni di Giove che si innamora della bellissima ninfa Io che vuol “possedere ad ogni costo” Lui, il potente re dell’universo deve esercitare il suo potere e nessuno e niente glielo può impedire. La figura della moglie, Giunone, gli si oppone: è il richiamo della moglie al marito che ha il dovere di fedeltà e di leale amore verso la propria moglie. Il dio, però, è troppo voglioso di affermare la sua potenza e, per celare a Giunone la sua infedeltà, avvolge la terra con una coltre di nubi così come un qualsiasi marito infedele crea intorno alla moglie tradita un coltre di menzogne. Giunone però si insospettisce e ordina alle nebbie di dissolversi, riuscendo così a ritrovare il suo consorte ed a metterlo in riga facendolo ritornare in sé ed a lei. Giove intanto, per proteggere Io dalla rabbia della moglie, trasforma la ninfa in una bianca giovenca, ed anche questo espediente è palesemente simbolico alludendo al coniuge infedele che nasconde l’amante dietro un’identità innocua ed accettabile dalla moglie. Giunone che certo non era tipo da farsi infinocchiare, fiutato l’inganno, chiese in dono la giovenca e Giove non poté rifiutare. Dunque, ottenuta dal marito la bianca giovenca, Giunone la affidò ad Argo dai cento occhi perché la sorvegliasse. Giove chiese a Mercurio, suo messaggero, di liberare la ninfa trasformata e così Mercurio, addormentò Argo e lo decapitò. E’ l’iter del potente che pur di affermare la propria prevalenza è disposto a tutto e ricorre anche ad assurdi stratagemmi. Giunone, dispiaciuta, prese i cento occhi di Argo e li applicò sulla coda del pavone. Io viene punita nuovamente da Giunone, che le invia un tafano a tormentarla, ed è costretta a girovagare senza sosta per tutta la terra. La gelosia tormenta la moglie che cova sempre maggiori vendette e si placa solo quando la rivale sparisce. A quel punto, il marito traditore è sconfitto, la giovane e bella amante è eliminata, e Giunone si può anche concedere un atto di pietoso perdono. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia, lo attraversò a nuoto che così prese il nome di Bosforo ("passaggio della giovenca"). Infine Giunone, impietosita, pone fine al suo supplizio: arrivata in Egitto, Io ritorna giovane ninfa e viene venerata dal popolo egiziano come dea Iside. Io, dunque, come ogni amante clandestina, si trova tra la furia possessiva di Giove e la gelosia di Giunone così in questa scomoda posizione non fa altro che subire ed è costretta a fuggire in altra terra dove poter ricominciare a ricostruire una nuova immagine ed un nuovo ruolo. In questo mito Io riacquista la forma perduta ma lontano dalla sua terra d’origine.


Amore e Psiche

Amore e Psiche

I l mito allude alla meta di fondersi con l'amato pur mantenendo la propria individualità, dunque, come è giusto anche se difficile da realizzare, l’integrazione in sé dell’altro (che perde, per conseguenza la sua diversità), in altri termini il compimento di una sintesi dei due esseri che si amano e dall’amore vengono tenuti insieme. La cosa si potrebbe ottenere attraverso almeno tre fasi. La prima fase fuggevole ma necessaria corrisponde all'amore erotico (fine a se stesso). La seconda più duratura ma molto più difficile da raggiungere è quella dell’amore creativo che emerge dai due in una contemplazione che raggiunge la sublimazione rappresentata dall’immortalità raggiunta da Psiche. Questa, dando credito alla razionalità e al desiderio della conoscenza (o alla curiosità, scientifica?) tradisce le regole dettate dall’alto e smarrisce il suo vero obiettivo. Del resto il desiderio della conoscenza (Psiche) se utilizzato per fini impersonali ed universali, porta all'immortalità dello spirito, se, invece, usato per scopi personali ed egoistici, porta alla perdita dell'amato (Amore) e alla necessità di seguire un percorso di purificazione e di prove.

La curiosità di Psiche, legata al dubbio e all'avidità della mente razionale (che richiama l'episodio di Eva e l'albero della conoscenza del bene e del male) mostra le potenzialità ed i pericoli della conoscenza che spesso tradisce il sentimento morale.

Dunque, Psiche (personalità anelante alla conoscenza scientifica) deve obbedire ad Amore (l'anima, la parte spirituale dell’essere umano) "affidarsi" senza porsi domande, ma se sorgono i dubbi, il desiderio di sapere e la morbosa curiosità della mente, se si vuole vedere con gli "occhi della mente" e non con quelli del cuore, si produce il conflitto, la separazione e, dunque, il non amore. Per uscire da questa situazione critica occorre sottoporsi (come toccherà a Psiche) ad un percorso di prove, di elaborazione, di purificazione (di espiazione???) per sviluppare la comprensione e la saggezza al servizio universale, cioè l’amore frutto della fusione di Psiche e di Amore, per nulla finalizzate ad egoistici obiettivi. Da ciò emerge che l’essere umano ha in sé sia la natura umana (Psiche, personalità, ragione) che quella divina (Amore, anima, sensibilità) spesso nascosta, ignorata o rifiutata. La personalità deve superare la paura di guardare, alla luce della consapevolezza, l'anima.

Testi di Piero Grima

 
 
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