Piero Paladini Art & Design

Meccani - Della Forma del Colore

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Sono in minoranza, tra le nuove generazioni, gli artisti che perseguono istanze figurative discostandosi dalla diffusa tendenza, da un lato, verso le espressioni aniconiche sviluppatesi appieno con l’informale e, dall’altro, verso modi creativi di matrice concettuale in cui l’idea, il messaggio costituisce la “materia” talvolta esclusiva dell’opera.
Piero Paladini, con la sua figurazione chiaramente asserita, si colloca in questo ambito.
Le sue rappresentazioni trovano una remota ascendenza, per alcuni versi, nella pittura dei grandi “visionari” del rinascimento nordeuropeo (Bosch, Bruegel) ma sono d’altro canto riferibili, per altri aspetti, a interpreti contemporanei (Picabia, Leger, Depero) la cui riflessione era rivolta alla civilisation machiniste, nonché al ruolo e al destino dell’uomo – e dell’artista – di fronte ai profondi mutamenti che questa ha comportato.
Le sue creature fantastiche, che si stagliano nitide su sfondi uniformi, e l’accentuato cromatismo, provengono inoltre da esperienze nel campo dell’illustrazione: forma a lui congeniale per esprimere in chiave ludica e ironica le aberrazioni della civiltà contemporanea, l’ineluttabilità della tecnologia e le macchinose manipolazioni dell’uomo sulla natura.
Paladini traspone sulla tavola l’illusiva deità dell’uomo  raffigurando un novello tragicomico Leonardo intrappolato in assurdi congegni di sua stessa invenzione; anzi, quei complicati meccanismi sono spesso un prolungamento dei suoi arti, tentacoli metallici, protesi di cui goffamente si serve per cercare di vincere i limiti che la natura gli ha imposto.
L’essere umano è l’elemento pensante della catena biologica; razionalità, logica e intelligenza gli danno il senso della superiorità e dell’onnipotenza. E allora ecco che vuole modificare il mondo, vincere le sue leggi fisiche, ricreare altri esseri, crearne di nuovi. Ma le sue doti demiurgiche si traducono solo in strumenti meccanici protoindustriali, ingranaggi e pulegge con tutti i loro limiti funzionali ed estetici, o in macchine da guerra tanto strane quanto ridicole e inoffensive.
Il senso del grottesco di tali situazioni è accentuato dalla bidimensionalità del dipinto: assenza di volumi e appiattimento cromatico ancor più efficaci quando Piero Paladini indugia sull’aspetto ludico delle tematiche affrontate e, evocando certa illustrazione per bambini (e probabilmente i giochi e le fantasie della sua infanzia), raffigura buffe navi e aerei a rotelle, automobili da corsa, corriere, animali meccanici, draghi, personaggi dell’iconosfera infantile.
Ci si trova in un mondo surreale che l’artista sta creando ed espandendo sempre più. A differenza della Cartoonia cinematografica abitata dagli “eroi di cartone” hollywoodiani votati al divertimento del pubblico, è una città fantastica popolata di esseri e oggetti che sono, in realtà, il frutto di una visione delle cose attraverso il filtro di un’esperienza psichica, il risultato formale di una rielaborazione operata ad un livello profondo della coscienza.
Sono giocattoli concepiti come archetipi, modelli primitivi di un’esperienza universale; forme e colori improntati alla estrema semplificazione, elementi geometrici primari, numeri e simboli carichi di allusività a qualcosa che appartiene al nostro vissuto.
Difatti, e non solo per la patine d’ancien che pare avvolgerle, la giocosità delle raffigurazioni è sempre velata, mai pienamente affermata; vi è costantemente qualcosa che altera la levità della situazione.
E’ un aspetto ideologico fondamentale, questo, della pittura di Paladini; è il dato peculiare del suo lirismo, la rima mancata, l’elemento dissonante che rimette in gioco la comune sintassi illustrativa, ponendo in discussione costrutti armonici collaudati e accomodanti.

Domenico Saponaro

Last Updated ( Wednesday, 09 February 2011 12:25 )  
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