Piero Paladini Art & Design

Il dio nero…o la materia oscura

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 Introduzione

l’urgenza di questo nuovo progetto è nata da un articolo edito su repubblica nella scorsa estate il cui argomento trattava l’affascinante enigma della “ materia oscura” .

Da subito un “ inconscio “ quanto istintivo interesse mi ha spinto a tirar via le pagine per poi con calma leggere quanto scritto e solo dopo averlo fatto ho subito realizzato che per me la spinta nei confronti dell’argomento era dettata dallo spontaneo parallelismo che nella mia mente rapportava la materia scura dell’universo all’oscuro che ne è di riflesso nel nostro inconscio.

Il passo successivo è stato quello di considerare la capacità di questa di contenere ( se non far scaturire addirittura ) dalla sua apparente immaterialità tutta la parte visibile e fisica dell’universo stesso: dagli ammassi di stelle alle nebulose di gas da cui pare siano generate ai sistemi solari che gravitano ordinati ma non immobili in essa intrappolati come in un abnorme invisibile scheletro.

Quindi l’ universo immateriale invisibile che genera l’universo tangibile e visibile proprio come accade nella pure apparente immaterialità del pensiero ( conscio o ancora prima inconscio magari ) dove le idee invisibili prive di sostanza divengono attraverso la manipolazione operata dall’uomo, oggetti reali.

Un bicchiere prima di esser tale era solo l’invisibile ed immateriale desiderio di potersi educatamente dissetare.

Allo stesso modo fa l’arte nel suo divenire nel nero inconscio.

Ora trasporre il tutto in immagini era il passo successivo ed il racconto è la forma congeniale per far si che poi le immagini fluiscano libere ma coerenti anche se non necessariamente né conseguenti l’una all’altra né pedissequamente attinenti al racconto stesso.

Il racconto diviene solo il varco indispensabile all’iconografia che vi trova accesso.

Allora come un filosofo della antica Grecia avrebbe fatto -ma sicuramente non con la stessa loro bravura cultura e arguzia , ne basti l’omaggio e l’intenzione- ho considerato che quanto di appena conosciuto in superficie come in passato erano le costellazioni e i pianeti divenivano nella loro splendida immaginazione potenti divinità.

Quest’ultimi incarnati aspetto umano poi potevano interagire con i mortali avvicinandoli così al divino e poi all’eterno. Altresì gli dei intrigati da quelli vi giocavano li punivano ed a volte se ne innamoravano.

Considerando che la conoscenza della materia oscura è per noi contemporanei argomento quasi del tutto sconosciuto ho incarnato tale scoperta astronomica in un dio che stanco d’esser solo perchè non visto né concepito decide di assumer aspetto umano e conoscere e farsi conoscere dagli uomini.

Il dio nero

Trovar nel dubbio delle ragioni dà modo all’arte di esistere. ”

 

Delle stelle e più d’ogni cielo vi era un enorme dio che, solo e ammantato nella sua natura infinita, trovò un giorno in quello spropositato spazio, su di un piccolo pianeta, degli uomini.

Stanco d’esser solo dall’inizio dei tempi, decise di assumer forma umana anch’egli.

Ma, per via della stessa materia di cui era fatto, e malgrado la forma umana appena assunta, egli era nero come la notte più scura.

All’inizio, incurante di ciò, li inseguiva uno ad uno e cercava di rassicurarli, imitandoli nei gesti, e di parlar loro per farvi amicizia, ma quelli, prima spaventati, poi annoiati di vederselo appresso, iniziarono a considerarlo solo un’ombra e non un uomo, tanto meno un dio.

Di notte finiva con il divenire parte del manto nero che ricopriva ogni cosa e, a volte, approfittando di ciò, si infilava furtivo nella casa di qualcuno, per non esser solo.

Molte volte gli era capitato di vegliare affianco ad un bimbo che dormiva e, osservandolo, gli pareva impossibile non poter esistere ai suoi occhi, né essere nei suoi pensieri.

Poi, un dì, si rese conto che tutti gli abiti che gli uomini indossavano li facevano apparire diversi e potevano essere di ogni colore e di meravigliosi tessuti.

Il giorno dopo inseguì un uomo dalla barba bianca, che vestiva uno stupendo abito verde con riprese in luccicante fil d’oro e, parandosi dinanzi a lui, lo interrogò sulla provenienza del suo accattivante vestito che con tanta efficacia dava nobile forma ad un corpo, di sicuro, oramai canuto e flaccido.

Il vecchio fu il primo tra gli uomini ad aver modo di fissarlo negli occhi ed in quelli vide due stelle che brillavano di una luce fredda, ed al posto del cuore quella che pareva una massa gassosa che fluttuava nel suo torace, e, paralizzato, disse: “Tra tutte le cose viste e quelle immaginate perché non conosciute, tu del cielo più nero e profondo sei di sicuro il dio”.

“Sei un uomo saggio, vecchio” – rispose il dio nero - “quel che io sono è una verità che riguarda l’intero creato e, a dire il vero, credo che gli uomini non vogliano vedermi per quel che sono e, in realtà, neanche io lo trovo necessario”.

“ Ed è per questo che con un abito che trasfiguri il mio essere facendolo divenire altro potrò conoscervi meglio, senza intimorire neanche uno ”.

 

Il sarto

L‘anziano uomo fu dettagliato nel dare informazioni sull’artefice del suo vestito: si trattava di un giovane a cui tutti riconoscevano gran talento nel cucire l’abito giusto, a chi ne facesse richiesta.

Abitava in un piccolo villaggio, a ridosso di un fiume, dove le case erano in dura pietra e su una di quelle, “nel viottolo che dalla piazza porta al fiume vi è un insegna di legno dipinto e la scritta dice: Carl il sarto”. Il dio nero vi arrivò che era quasi l’alba, la bottega era chiusa, ma Carl abitava al piano di sopra ed egli, in un sol balzo, si alzò da terra per spiare dalla finestra.

Carl era un bel giovane dai tratti dolci e dormiva sereno - “magari ancora non lo sa, ma sogna l’abito col quale domattina dovrà dar vita al mio nero ed inconsistente corpo…sarà proprio una sua idea a darmi finalmente una forma, nella quale potrò esser riconosciuto”.

Carl ebbe un sussulto, forse un brivido lo aveva attraversato nel sonno, ridestandolo, e, mezzo addormentato, si trascinò nella stanza accanto.

Nel lato opposto del letto, ad un tratto, l’alba svelò dal buio della stanza una candida figura di donna. Il Dio nero, senza neanche rendersene conto, attraversando la finestra era ora sospeso sulla giovane e la fissava, senza riuscir neanche a pensare, ed in quell’attimo eterno egli la scrutò in ogni suo dettaglio.

Era perfetta nei suoi tratti simmetrici e sulla sua pelle chiara si posavano dei lunghi fili color arancio che, mossi come dalla corrente marina, giocavano a farla lucente come una perla che dal blu profondo, ora, si rivelava preziosa al mondo.

 

il contratto

Il sarto tornando in camera si paralizzò e, stupito, si stropicciò gli occhi che forse ancora mostravano a lui il sogno, e non la realtà, ma anche dopo nulla cambiò… una nera figura dalle fattezze umane galleggiava, sospesa e minacciosa, sulla sua amata.

Allora, credendola la morte, cercò a tentoni un ferro per attizzare il fuoco e, spaventato, sferrò un colpo, ma il ferro passò senza resistenza attraverso l’essere, che era inconsistente nella sua essenza. Allora Carl, atterrito, cadde in ginocchio ed iniziò a supplicare, ricordando al nero essere che entrambi erano troppo giovani ed in salute, per esser privati del prezioso dono della vita.

“ Non temere, Carl il sarto” - rispose il dio - “non intendo nuocerti in nessun modo, tanto meno alla dolce creatura che ora dorme e sogna innocente …che, di mille e mille forme dalla vita inventate, è questa ch’io ora vedo la più deliziosa”.

“Ma chi o cosa sei e in che modo posso esser utile, io un umile sarto, a colui che pare temibile e buono come un dio?”.

“La forma che ora ho assunto vorrebbe esplorare il mondo ma, inconsistente com’è, non raggiunge lo scopo, motivo per cui ho bisogno del tuo aiuto, giovane amico.

Voglio un abito, sarto, e con quello un corpo che non sembri più un’ombra senza spessore…vorrei che in te, adesso, scaturisse un’emozione guardandomi e poi vorrei che la tua intuizione divenisse idea, ed infine un pensiero definito, ed allora e solo allora, mi piacerebbe che tu, Carl, manipolando la materia con la quale le tue preziose mani più hanno confidenza, cucissi quell’abito che dorme ora privo di sostanza nel buio della tua mente, ma che ben presto faremo affiorare alla luce del giorno.

E con quello, finalmente, potrò ingannare l’occhio umano ed esistere, aver consistenza e forma definita e percepibile agli uomini, che tanto vorrei conoscer meglio e con cui vorrei condividere del tempo.”

I due allora scesero in bottega e lì stipularono un contratto assai vantaggioso per Carl….ma vi erano tre clausole. La prima stabiliva che il dio nero avrebbe abitato nella sua casa e che vi avrebbe fatto ritorno da ogni suo viaggio, per trovarvi ristoro. La seconda, che a nessuno avrebbero dovuto svelare l’ identità del suo ospite. La terza e ultima, che li avrebbe affrancati da qualunque bisogno con doni di ricchezza ineguagliabile. Carl accettò, pattuendo con lui che ad Ella, la sua giovane moglie, avrebbero riferito che egli era un ricco mercante giunto, nella notte, dal lontano oriente. Carl e il dio nero, in gran silenzio, scesero nello studio al piano inferiore e lì, nelle poche ore che li separavano dall’alba, Carl creò un abito capace di dar un corpo all’incorporeo, e di far sì che quello stesso appartenesse ad un uomo di gran levatura.

 

Ella

Ella era una giovane donna, semplice nell’animo e nei sentimenti. Trovandosi di fronte una così inquietante e singolare figura, in quello che lei stessa ritenne il più bell’abito cucito dal suo Carl, le tremarono le gambe, oltre che la voce.

“Buongiorno Ella, suo marito aveva dimenticato l’imminenza del mio arrivo e pure l’urgenza della mia commissione, ma, come si conviene agli artisti dotati del genio risolutore, questa notte ha visto in sogno il mio vestito e, per paura gli sfuggisse l’idea, vi ha lavorato la notte intera…ed eccomi qui a bearmi della sua opera.”

Carl, guardando la giovane moglie, le sorrise annuendo e lei pure sorrise. Nei giorni a venire, Ella apprese che l’ospite si sarebbe fermato da loro per un tempo non definito, ma non ne fu dispiaciuta.

Carl lo sistemò nella mansarda. Il dio nero da lì poteva osservare, da una finestra circolare, l’intero paesino e ogni mattino, all’alba, volava via dalla finestra, per raggiungere i più disparati angoli del mondo abitato, dove trovava nutrimento alla sua curiosità nei confronti degli uomini.

A volte dopo due settimane, a volte dopo solo due giorni, faceva ritorno nella sua camera, a casa di Carl ed Ella.

In paese vi era chi lo aveva visto volar sui tetti, e tutti sapevano da quale finestra uscisse e così, nel giro di pochi mesi, Carl, oltre che divenire lo zimbello del paese, perse pure tutti i suoi clienti.

Ma i due erano ormai ricchi, il dio nero al ritorno da ogni suo viaggio aveva portato sempre con sé dei doni assai preziosi, mai meno di diamanti, rubini e oro, sotto forma di collane, orecchini ed anelli, monili che lui immaginava sempre ad adornare il viso di Ella.

Carl, intanto, con uno solo di quei preziosi aveva riscattato la casa, divenendone il padrone e poco gli importava, ora, delle chiacchiere e dei clienti persi, rassicurato, al contrario, dal cospicuo gruzzolo e dalla posizione raggiunta.

Il dio nero sorrideva di tutto ciò, ma quel che lo preoccupava era la repentina perdita di interesse a continuare a viaggiare. Scoprì che alfine quel che più gli premeva, era proprio rimanere accanto ad Ella.

La seguiva al fiume quando lavava i panni e tra i rovi a raccoglier le more, e quando lei sorrideva provava qualcosa di mai sentito prima, e mai sino a quel momento realizzato.

L’essere aveva smesso d’esser curioso, perché era innamorato…”Ma come posso amare quel che non posso avere, e perché capita che io ami di più Ella di quanto non ami ogni forma che esprime un’idea meravigliosa di vita…”

Lui un giorno le chiese: “Puoi tu, Ella, amarmi come io stesso ti amo?”.

Ella, senza respiro in gola, rispose: “Io non conosco nemmeno il tuo nome né il paese dal quale provieni, ma so pure che il mondo è vasto ed i popoli che lo abitano sono migliaia, ma mai mi sarei aspettata di conoscere un uomo dal tuo aspetto…io non vedo neanche i tuoi occhi, eppure sei qui dinanzi a me, e dici di amarmi”.

“È proprio quel che non vedi che t’insegna a guardare, Ella…” - rispose lui.

“Ma come potrò amarti…se non ti conosco”.

“Amami come ami la notte di cui non hai paura, gli uomini mi temono perché non vedono ma da me son visti…ma non tu, che sei pura.”

“Ma la notte è un pensiero per me troppo grande, e a volte credo che noi uomini ci si addormenti proprio per paura di quella, e ci si risvegli al mattino, contenti che sia andata via.”

Lui la abbracciò e posò sulla sua bocca le nere labbra…lei si sentì avvolgere la mente, come un vuoto immenso allargò la percezione di sé e del tutto attorno, e solo allora capì chi egli non fosse… e non era un uomo.

E si perse in lui, ora la sua percezione delle cose era cambiata ed era lui a dar sostanza ai suoi nuovi bisogni…in lei ora anche le cose prive di corpo, avevano sostanza.

Carl notò che in Ella qualcosa era cambiata, era distante e poco gioiosa nei suoi confronti ed un aria di inquietudine pervadeva ora i suoi limpidi occhi.

Allora Carl un giorno chiese al dio nero di potergli rimetter a posto il vestito, che a suo dire presentava qualche difetto.

Egli, perplesso ma fiducioso del talento di Carl, acconsentì e sfilò via dall’abito, fuoriuscendo dal polsino della manica sinistra come fumo nero, per poi ricomporsi, gambe a cavalcioni, nella poltrona di fronte al letto dove Ella faceva colazione, illuminata dai raggi mattutini.

Ella fu molto divertita da tale prodigio ed il dio, pieno di gioia per aver suscitato lo splendido sorriso nella sua amata, iniziò, volando nella camera, ad assumer la forma di ogni contenitore vi fosse, fuoriuscendovi poi come un nero genio.

Carl, approfittando del gioco dei due, e folle di gelosia, afferrò l’abito e scese in sartoria per la prima volta dopo circa un anno. Lì lo distrusse poi, facendo le scale tre alla volta, risalì e, rosso in viso, lo brandì in faccia ai due amanti.

“Eccolo il tuo amato Ella, ora che non ha più un vestito non avrà neanche più un corpo e forma che tu possa nè amare nè riconoscere, sarà la tua ombra di giorno e il nulla di notte, con la quale sarà un tutt’uno.”

Ella prese a piangere, impressionata dalla veemenza del suo Carl che più non riconosceva, così arso di rabbia. Il dio nero rimase immobile, sospeso a mezz’aria, fissandolo con la luce fredda delle migliaia di stelle che erano contenute nel suo profondo cosmico.

Era oramai tempo di tornare da dove era venuto, e per lasciar negli uomini un recondito ricordo di sè soffiò nella bocca della sua amata l’oscura materia che nella umana mente fu il riflesso dell’intero e buio universo, e di quel che di più luminoso contiene…le donò l’inconscio, in cui ebbero luogo da allora le intuizioni, le idee e l’amore stesso.

Così il dio nero divenne un riflesso nella mente degli uomini che, pur non immaginandone l’esistenza, lo percepivano in loro ogni volta che avevano un’intuizione e, curiosi, cercavano di capire da dove quella arrivasse.

Testo e immagini di Piero Paladini

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Last Updated ( Monday, 03 March 2014 12:58 )  
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