Piero Paladini Art & Design

Il dio nero… o la materia oscura

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Opere pittoriche di piero Paladini testo critico di Luciano Caramel


Piero Paladini torna a Firenze, nella Galleria Tornabuoni, con opere frutto di un biennio di ricerche, approfondimenti e sviluppi tematici e linguistici che segnano una notevole maturazione della sua pittura, sulla scia delle esperienze e realizzazioni degli anni precedenti, a partire soprattutto, alla fine del primo decennio del nuovo secolo, dall’impegnativa serie di grandi dipinti, di cm 250/120, dedicata a Giangiacomo dell’Acaya, celebre architetto e ingegnere militare, per volontà di Carlo V “ingegnere generale del regno di Napoli”.

Esposto nel 2010 nelle sale dell’Acaya Golf Resort di Lecce in occasione della Giornata di studio sul locale Borgo fortificato di Acaya, progettato all’inizio del 1500 dall’Acaya, il lavoro del giovane artista già era caratterizzato da peculiarità che permarranno nella produzione successiva: lo svolgimento narrativo, su di un registro diacronico, innanzi tutto, secondo un programma in cicli, che può ricordare le strisce del fumetto, il succedersi delle immagini del cinema e la parola scritta. Frequentata, questa, da Paladini con accenti spesso poetici, anche su di un piano autonomo, fin dall’inizio della sua attività artistica, e mai abbandonata come attestano alcune sue pubblicazioni, da “Vita, morte e miracoli di un commesso viaggiatore” e “A colloquio con Pinocchio”, fino al recentissimo “Selfi il ragazzo albero e altri racconti”. Ma anche utilizzata in dialogo con la pittura, come appunto nella sequenza di Acaya e in questa stessa, qui esposta, de Il dio nero…o la materia oscura. Soluzione adottata talora aggiungendo dialogo a dialogo, creando le descrizioni verbali in collaborazione con un altro autore, o affidandogliele integralmente, come nel ciclo de “Le metamorfosi secondo Piero Paladini”, con analisi e commenti di Piero Grima, che a sua volta dialoga con Ovidio.
La novità di queste ultime opere, sostanziale e quanto mai rilevante, è tuttavia un’altra: lo scatto determinante verso l’oggettività dell’immagine dipinta – e potrebbe essere della scultura, e in genere dell’arte – pur muovendo sempre dall’idea, per Paladini matrice prima, col rischio, talora, di scivolare nell’idealismo, che è tutt’altra cosa.
Scatto che si riflette sui caratteri medesimi della tecnica e dello stile, in genere più asciutti e sintetici, ancora sul registro, all’artista caro, come già s’è detto, del racconto, però decantato, meno descrittivo e minuzioso.
Anche per la scelta tematica di un essere superiore, un dio, ma con l’iniziale minuscola, fuori, soprattutto, del transfert nel mito nella sua evocazione storica dotta, e principalmente, al di qua dell’elevazione, o caduta, nella sua metaforica significanza, nel modello referenziale per il giudizio comportamentale ed etico, con appesantimenti che da storici divengono storicistici, con tutto quello che ne consegue.
Rischi peraltro ben chiari a Paladini, come risulta evidente dalle sue dichiarazioni. Così qualche anno fa, nel 2006, per la mostra “I luoghi nella mente, Giotto e dintorni” nella sede di Pietrasanta di questa stessa galleria, oltre ad aver affettuosamente scelto come epigrafe del comunicato stampa una frase apodittica del suo vecchio professore – “L’artista Paladini opera nella flagranza dell’esperienza, della vita, del presente” -, si diffonde sul concretarsi del pensiero e dell’idea nell’opera, ribadito anche dal riferimento nel titolo “Giotto e dintorni”, e da affermazioni quali “Presenze ectoplastiche, forme visibili ma inesistenti prendono vita nelle trasparenze del colore, nelle architetture degli spazi”. Concetto che è motivo ricorrente in questi nuovi dipinti e negli interventi verbali che li accompagnano, fin dall’introduzione, quanto mai illuminante. Già dall’incipit, sorprendente e tutt’altro che usuale nel pianeta dell’arte, in cui scrive che “l’urgenza di questo nuovo progetto è nata da un articolo edito su Repubblica il cui argomento trattava l’affascinante enigma della “materia oscura”, che, prosegue, l’attraeva per “lo spontaneo parallelismo che nella mia mente rapportava la materia scura dell’universo all’oscuro che ne è di riflesso nel nostro inconscio. Col passo successivo “di considerarne la capacità di contenere, se non far addirittura scaturire, dalla sua apparente immaterialità tutta la parte visibile e fisica dell’universo stesso, dagli ammassi di stelle alle nebulose di gas, ai sistemi solari: quindi sta proprio qui la novità del dio nero – nella pure apparente immaterialità del pensiero (conscio o magari ancora prima inconscio), dove le idee invisibili prive di sostanza divengono attraverso la manipolazione operata dall’uomo oggetti reali. Un bicchiere, prima di essere tale era solo l’invisibile e immateriale desiderio di potersi educatamente dissetare. Allo stesso modo, conclude l’artista, fa l’arte nel suo divenire nel nero inconscio”.
“Il passo successivo”, afferma sempre Paladini in questa introduzione, “per far si che poi le immagini fluiscano libere ma coerenti, anche attinenti al racconto stesso, anche se non necessariamente conseguenti l’una all’altra né pedissequamente attinenti al racconto stesso era trasporre tutto in immagini”. “Considerando poi che la conoscenza della materia oscura è per noi contemporanei argomento quasi del tutto sconosciuto, ho incarnato tale scoperta astronomica in un dio che, stanco d’esser solo perché non visto né concepito dall’inizio dei tempi, decide di assumere aspetto umano e conoscere e farsi conoscere dagli uomini”.
Ecco il dio nero di questa mostra, che appunto, “stanco d’esser solo decise di assumere anch’egli forma umana”,ma che, “ per via della materia di cui era fatto, malgrado la forma umana appena assunta era nero come la notte più scura, e quindi invisibile”. Di qui la scoperta dell’abito, metafora dell’arte, che il sarto, l’artista, taglia e cuce dando forma visibile al dio.
Percorso, questo, che Paladini descrive per immagini nel succedersi delle sue fasi, non prive di ostacoli e inconvenienti, dall’intuizione nata dall’emozione, all’idea, al pensiero definito, all’esecuzione dell’abito, “capace di dar corpo all’incorporeo, senza questo tradirlo o annullarlo, come l’inconscio, e il sogno, per Paladini registri primari, dall’idea all’opera, non senza pulsioni interne, che dal finito conducono all’infinito, con tangenze,in questo, col surrealismo, sul versante di un Breton e di un Ernst, più che in quello di un Masson o di un Mirò, e fuori da qualsiasi ortodossia, nichilismo o ideologia.

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Luciano Caramel

Last Updated ( Tuesday, 24 June 2014 09:56 )  
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